Training philosophy, le corps pensant

Laurent Piemontesi training tavoli bianchi

Quando affermo di aver scoperto un modo di trasmettere, una pedagogia, non pretendo di averlo inventato. E non escludo che qualcun altro ci abbia pensato prima. Però l’ho sviluppato praticando, quindi su me stesso in primo luogo. Un po’ come un ricercatore che fa delle prove su un topo… E il topo ero io.
Da quando mi alleno non mi sono mai scritto un programma d’allenamento, ho raccolto dati ed informazioni che ho archiviato nel mio cervello. Pazientemente. Ho potuto stampare nella mia testa e nel mio corpo le varie routine perché avevo una costanza quasi patologica. Poi le ho trasmesse, cercando di migliorarle perpetuamente. Nessuno di questi allenamenti richiedeva un materiale specifico, dovevo poterli fare ovunque, in qualsiasi momento. Era il mio chiodo fisso.
No excuse dicono, sì sì, iniziamo già a trovare la ragione.

Spiegare una tecnica, individuarne i dettagli non è una cosa insormontabile. Basta guardare un tutorial da Mister Tuto… O leggere un libro della scienza dei sapienti.
Assicurarsi di averla compresa, o che sia stata compresa: un altro paio di maniche. Nemmeno l’esecuzione della cosiddetta tecnica sarà un compito facile. Capire non vuol dire di poter riprodurre, significa solo che abbiamo capito. Semplice come buongiorno.
Come non smetto di ripetere:

CAPIRE IL CONCETTO E PRATICARE IL CONCETTO.

La tappa di familiarizzazione durante la prima parte dell’apprendimento permette di farlo con tranquillità e serenità. Non esiste l’obbligo di risultati in quel momento. Tenere a mente questo mantra permette di accettare i momenti di frustrazione durante la pratica.
Mille volte ho martellato che la frustrazione è inevitabile quando si impara qualcosa di nuovo. E del tutto normale. Saperlo, ricordarselo potrebbe aiutare chiunque mostri una severità estrema verso sé stesso, stessa. Poi sottolineare la sola frustrazione altera lo stato di lucidità poiché si tende ad irritarsi, al suo parossismo porta alla rabbia, a quel punto siamo fregati. La mente si irrigidisce e naturalmente il corpo segue l’umore tumultuoso. S’innesca allora un circolo vizioso in cui non si cessa di registrare false informazioni, in testa a tutte: l’incapacità.

Pesa il mondo d’immagine e d’apparenza in cui viviamo, chiaro. Si nega o vieta il diritto all’errore, si fatica a riconoscere la bravura altrui. Come se noi stessi diventassimo meno bravi, meno validi e perdessimo valore. Il mondo è pieno zeppo di persone a cui non si è mai davvero saputo dire bravo, e lo racconto nel mio *libro quando parlo della *psicologia dell’Art du Déplacement.
Chi non riesce è uno sfigato, chi non siede sul podio è un perdente. Chi è diverso è anomalo.
Avendo in mente quelle considerazioni, ho un approccio particolare con i bambini e ragazzi. Combatto la loro propensione ad auto-distribuirsi dello schifo quando sbagliano. Perché agiscono per imitazione, ripetono quello che sentono. Distruggo con calma e coerenza i miti di carta e gli eroi del coraggio meteo. Prendo il tempo di spiegare la differenza tra uno SBAGLIO ed una RISPOSTA che non corrisponde alla domanda. Perché si parte da qui, da loro. Anche con gli adulti, non è mai troppo tardi.

Può succedere di essere un po’ lento nell’applicazione, ed è normale, imparare una nuova tecnica è un po’ come imparare una nuova lingua: si cerca prima quello che si deve dire nel proprio linguaggio, parola per parola, poi si recita. Quindi pensiamo ad ogni gesto da fare prima di restituire il tutto in un pezzo unico ed armonioso. La strada più corta è quella di affidarsi ad un manuale tutto pronto e dettagliato delle procedure da seguire, e così accontentare il collezionista dell’immediato. L’ego delle classifiche o dei pezzi di carta controfirmati.
Preferisco i sentieri più lunghi fatti di ricerca, vagabondaggio ed errori che spingono a creare o aggiornare le connessioni tra la testa e il corpo. Favoriscono un’apertura ed una interazione col mondo sotto i piedi e a portata di mano, ma anche con quello che parla diverso.
È un percorso impegnativo, infinito se tutto va bene.
Però si sviluppa uno stato d’animo capace di auto-critica, quindi una certa autonomia in situazioni di resistenza o scontro, per non rovinare nulla, cresce l’adattabilità assieme alla creatività. Durevolmente.
Dalla pratica e dalle ripetizioni nascono automatismi, ciò significa che stiamo assimilando.

Tuttavia dopo aver condotto esperimenti su di me, poi notato alcune reazioni, ho dovuto verificare in che misura potevano essere utili agli altri. Come potevo trasmettere le mie conoscenze e dargli un senso che supera la sola mia persona. Renderle comprensibili e fruibili. Perché l’esperienza non sia fine a sé stessa o giusto una testimonianza.
Baci, lacrime, abbracci, grazie della partecipazione e alla prossima cari amici.
Ho conservato i concetti senza imprigionarli in schemi immutabili. Li ho resi flessibili e adattabili in modo di partire sempre prima dalle persone.

LE PERSONE PRIMA DEI CODICI.

Quando mi alleno o alleno gli altri cerco l’armonia, non l’estetica. Così rispetto molto di più l’identità motoria d’un Yamak. Una filosofia sicuramente più inclusiva perché considera tutti profili fisici, storie, dolori e desideri di chi ha voglia di muoversi. L’accesso al movimento di conseguenza è più ampio e democratico.
Questa cura particolare mi ha portato al concetto della PERFORMANCE INDIVIDUALE, al suo riconoscimento e alla sua valutazione attraverso strumenti e criteri specifici. Non partiamo tutti sulla stessa linea e non vogliamo arrivare tutti allo stesso punto. Così si può arrivare ad una massima espressione del potenziale individuale, allo sviluppo dell’individuo.
Sebbene scontato, è fondamentale non perdere di vista la grande diversità che caratterizza l’essere umano. Per integrare efficacemente questo luogo comune occorre osservare, ascoltare le persone.
È importante ascoltare. Per davvero.

Non basta rispondere ad uno o una che ha paura:
– Non avere paura.
Sarebbe come dire ad uno che ha male:
– Non avere male.
– D’accordo grazie, adesso sto meglio!
Non guarirà così…

Nel caso della paura dobbiamo individuare prima di tutto quello che la motiva. Poi da lì smontarne i meccanismi in modo tangibile. Non essere troppo mistico a meno che si ricorra all’umorismo. Quasi ogni volta quando procedo allo smantellamento della paura, del bloccaggio, integro la persona in questione nel ragionamento. Ma è un’altra storia.
Di fatto inizio dalle persone, non da schemi, numeri e metodi ciechi. Quelli onnipresenti nella trasmissione di massa che schiacciano l’umano e impediscono l’espressione delle sue diverse abilità. Perché scarseggia il tempo? La voglia? Mancano il contenuto e il contenitore? Forse perché non è la missione. Non l’ho studiato sui libri o pensato a teorie che poi ho sperimentato per osservane la veracità.
Prima ho fatto e solo dopo ho concettualizzato, con gli amici, poi da solo. Ho applicato. Quindi sono stato pratico. Concreto.
Certo non è perfetto ma nessun metodo lo è. So bene che il mio approccio non conviene a chi ha bisogno di spiegazioni da non finire mai più o chi è stato abituato a seguire le frecce. A chi vuole la destinazione senza il viaggio. Attraverso gli esercizi do informazioni, o chiavi, più ne abbiamo a disposizione e più porte si possono aprire.

A volte può essere lungo perché devo decostruire gli schemi generici e abbattere le false credenze, spesso importate dagli altri. Dopo questo allora posso concentrarmi sulla tappa che ho chiamato ACQUISIZIONE DELLE CERTEZZE. Sulle certezze si sviluppa una fiducia in sé stessi, e per estensione una consapevolezza oggettiva delle proprie capacità. Il ruolo del coach, insegnante diventa fondamentale, anche solo per spiegare le differenze tra autostima e arroganza. Tra umiltà e insicurezza. Deve sapere mettere il suo ego in tasca ed accettare di essere un accompagnatore, una guida. Le certezze non devono essere di sua proprietà ma della persona che allena. Si, so che sembra ovvio, ma sembra solo.

Il coach sostiene nella disfatta e sta lontano nella vittoria altrui, per non rovinarne i benefici.

*psicologia dell’Art du Déplacement: Parlando con Williams ho scelto di chiamare così quello che chiamavo per anni “l’aspetto mentale” della pratica. Perché lo trovavo limitativo ed incompleto. Ancora non so se lo farò leggere a tutti perché con quello che ho capito e spiego penso possa diventare qualcosa di pericoloso messo nelle mani sbagliate.

*libro, un giorno verrà pubblicato in un modo o un altro.

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